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Il malinteso della vittima – Una lettura femminista della cultura punitiva Di Tamar Pitch Edizioni Gruppo Abele 2022

Seguo da molti anni Tamar Pitch , già professoressa ordinaria di filosofia e sociologia del diritto, presso la Facoltà di Giurisprudenza di Perugia, docente in Usa e altri paesi extraeuropei, direttrice di “Studi sulla questione criminale”, componente di comitati editoriali di riviste italiane e straniere, che si occupa dei problemi relativi alla giustizia penale e al rapporto tra genere e diritto.

Mi sono formata attraverso l’incontro con lei in varie iniziative ( ricordo tra le tante l’intervento a “ Libertà e agio nel vivere la città: lo sguardo delle donne” nel 2007 al Centro Donna di Livorno) e lo studio delle sue opere ( Un diritto per due. La costruzione giuridica di genere, sesso e sessualità, Milano, Il Saggiatore, 1998; (con Carmine Ventimiglia), Che genere di sicurezza. Donne e uomini in città, Milano, FrancoAngeli, 2001; I diritti fondamentali: differenze culturali, disuguaglianze sociali, differenza sessuale, Torino, Giappichelli, 2004; L’occultamento della politica: tra regolazione giuridica e normativa morale, «Sociologia del diritto», XXXI, 2. La società della prevenzione, Roma, Carocci, 2006, (è stato tradotto in spagnolo da Trotta [4] ed è pubblicato in inglese da Ashgate 2010 [5]); Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza, Roma-Bari, Laterza, 2013.

Per questo ho letto con grande interesse questo ultimo testo, Il malinteso della vittima. Una lettura femminista della cultura punitiva, un testo poliedrico, saggio di sociologia del diritto puntuale, esauriente e accurato sulle dinamiche di contrasto della criminalità, e insieme narrazione appassionata e coinvolgente di quanto accade in Italia e negli altri paesi occidentali, dove l’utilitarismo neoliberale e il discorso moralizzante neoconservatore confondono criminale e nemico e spostano l’accento sulle vittime.

Un testo agile, 112 pagine, divise in sei capitoli, ciascuno dei quali corredato da un’ampia e ragionata bibliografia, che spazia dalla sociologia, al diritto, alla politica, in Italia e all’estero.

Le parole chiave sono tutte nel titolo, Il malinteso della vittima, sovrimpresso in rosso fiammante sulla bella copertina di Joey Guidone che rappresenta le gambe di una giovane con anfibi, tutt’altro che inerme sullo sfondo di una città di notte, e nel sottotitolo : Una lettura femminista della cultura punitiva.

Vittima

Tamar Pitch offre il quadro allarmante e impietoso delle politiche degli ultimi 30 anni, dalla retorica della “ Tolleranza 0” di Rudolf Giuliani, ai progetti di urban safety dei paesi anglosassoni , ai decreti sicurezza, alle ordinanze dei sindaci “ contro il non decoro”, alle ultime norme in materia di pandemia .

La puntuale ricostruzione della normativa e dei contesti politici e sociali in cui si forma, illustra in maniera inequivocabile come si sia passati nel tempo da una concezione di sicurezza sociale ( diritti a salute, casa, lavoro, istruzione attraverso i servizi pubblici) un’accezione di sicurezza individuale e privata, nei confronti della microcriminalità.

La sicurezza sociale si è andata via via privatizzando e al paradigma dell’oppressione, con le implicazioni politiche e sociali, si è sostituito quello della vittimizzazione, con impoverimento della sfera pubblica in una società piatta, che ignora le disuguaglianze di potere economico e sociale.

Mentre l’oppressione riguarda infatti le persone, nelle loro relazioni e condizioni, parti di una società ingiusta, la vittimizzazione è relativa un singolo atto, con un singolo autore che da criminale diventa nemico della sicurezza, con l’aggravante che la “ buona vittima” deve essere meritevole e innocente.

Scrive Pitch << la divisione non è più tra ricchi e poveri,sfruttatori e sfruttati,ma tra buoni e cattivi,tra potenziali vittime e potenziali predatori>> ( pag. 35) e i cattivi sono gli altri, poveri, stranieri, mendicanti, tossici, rom, nell’occultamento dei rapporti di potere e sociali, con una criminalizzazione della marginalità sociale e la sostituzione della lotta contro i poveri alla lotta alla povertà.

Cultura punitiva

Pitch denuncia l’uso spropositato del diritto penale ( e delle sanzioni amministrative) per risolvere questioni che sono politiche e sociali e parla di overcriminalizzazione dei reati di solidarietà ( soccorso dei migranti in mare e ai confini) e undercriminalizzazione dei reati contro la comunità ( ambiente, beni comuni, finanza…).

La critica al diritto penale è nota: la giustizia penale è selettiva, da quando esiste il carcere vengono detenuti e detenute soprattutto persone della stessa tipologia, poveri, stranieri, colpevoli di reati contro la proprietà o relativi all’uso e al commercio di sostanze proibite, per cui si parla di giustizia penale classista, razzista e sessista, nella misura in cui non è efficace nei confronti delle violenze contro le donne e non ha capacità di ascolto della loro voce.

Si è progressivamente affievolito il concetto di pena come riabilitazione del reo, previsto dalla Costituzione, perché l’obiettivo è diventato neutralizzare il colpevole, e la pena ha assunto sempre di più un significato retributivo sociale e privato,di vendetta e risarcimento della vittima.

Lettura femminista

Tamar Pitch ricorda che negli anni ‘70 le femministe chiedevano la depenalizzazione dell’aborto, e critica con argomentazioni serrate e sostenute da esperienze e studi, il cd. “ femminismo punitivo”, che, pur conoscendo l’inefficacia delle sanzioni, da anni chiede pene più dure e più lunghe per gli autori di reati contro le donne o in settori che il corpo delle donne riguardano, con operazioni che l’autrice considera vendicative e non trasformative.

Assai interessante è la seconda parte del libro che riguarda la cd. GPA e la prostituzione, questioni attinenti il corpo delle donne, dove la deriva punitivistica ha effetti ancora più gravi, accentuati dai profili economici e razziali.

La filiazione senza rapporto sessuale è definita “pratica problematica“ rischiosa per la portatrice e per chi produce gli ovuli, ma ancora una volta l’autrice rifiuta la vittimizzazione delle donne coinvolte, e pretende che ad esse sia data voce e capacità decisionale.

Propone quindi di mantenere la centralità delle donne nel processo riproduttivo, nel rispetto della libertà femminile, della possibilità di essere madri per donne fertili che non possono portare avanti la gravidanza e delle donne che accettano di farlo in loro vece. Il tutto nella consapevolezza della naturale asimmetria tra donne e uomini in materia di procreazione.

Anche le donne che vendono servizi sessuali sono viste come vittime dal femminismo punitivo, purché innocenti , perché , secondo un modello moralistico e moraleggiante, più che prostitute, si tratterebbe di persone prostituite, contro la loro volontà.

E quando questa coercizione viene negata, come avviene per le migranti che non desiderano essere inserite tra le vittime della tratta, vengono meno, per il malinteso della vittima, le tutele e, addirittura, si configurano complicità.

Pitch contesta quindi l’opportunità di intervento della legge penale in materia di gpa e prostituzione, sulla base della riflessione che l’obiettivo perseguito è la tutela dei diritti, primo la salute , dei soggetti coinvolti.

Propone di superare il paradigma della donna vittima, vulnerabile, debole, fragile, rompere gli stereotipi delle figure tipiche della paura, i soliti stranieri, tossici, rom, mendicanti , e affrontare il tema delle violenze che, nella stragrande maggioranza dei casi, avvengono da parte di uomini conosciuti, dentro le case.

L’autrice estende infine la critica alla rigidità del sistema binario, amico/ nemico, buono/cattivo alle recenti vicende della pandemia e della guerra, che hanno visto lo spiegamento dell’ormai consueto dispositivo della paura e dell’emergenza, che contrasta l’elaborazione di soluzioni possibili.

Un testo complesso, che unisce il rigore dell’analisi sociologica alla passione per i temi trattati e che, oltre che alle e agli addetti ai lavori, si rivolge a chi pratica il dissenso, per essere artefice di azione politica di cambiamento , fornendo un’articolata riflessione sui rischi di consegnare all’unica misura del penale la tutela dei diritti.

Queste, non a caso, le ultime parole, nel capitolo finale, intitolato “ legalità e giustizia”:<<…la giustizia viene prodotta e praticata dai tanti e tante che, incuranti della repressione, si prodigano per salvare i migranti in mare e sui nostri confini, si oppongono a opere che distruggono l’ambiente,manifestano per la sicurezza sul lavoro e per il diritto allo sciopero …>> ( pag. 104).

Mariapia Achiardi Lessi, 15.10.2022

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