Parola plurale a proposito della modifica dell’art. 81 della Costituzione

 

” Se il mondo dove non lasci ombra/ ti spinge nell’angolo che e’ muto/ riattaccati le corde nella gola/usa la colla di una parola

plurale”

Scrive la poeta Elisa Biagini e da qui parte la mia riflessione per l’incontro promosso dalla Associazione Evelina De Magistris, perche’ sento con grande forza che una parola frutto di scambio e’ piu’ bella e piu’ buona, oggi piu’ che mai, visto che le crisi economiche e politiche ci fanno sentire piu’ distanti e meno capaci di costruire insieme.

Si insinua, sempre piu’ spesso, una sensazione di sconforto e impotenza di fronte alle notizie mediatiche di una crisi economica che appare ineluttabile e devastante per le nostre vite e siamo tentate di rinchiuderci nella paura e nella diffidenza.

In questi mesi abbiamo assistito, col governo Berlusconi, a un ” collegato lavoro” che comprimeva i diritti delle e dei precari, a norme di legge che consentono di derogare a diritti sanciti nei contratti collettivi e nella normativa e col Governo Monti, a un repentino e drastico aumento della eta’ pensionabile che, tra l’altro, lascia senza lavoro e senza pensione oltre 350.000 persone che si erano ” fidate” delle norme di legge e avevano aderito alle proposte di prepensionamento.

Il 20.04 il cd ” pareggio di bilancio” e’ entrato nella nostra Costituzione, approvato con una maggioranza superiore a 2\3 del Parlamento che evita l’attivazione del Referendum previsto dall’art. 138 per le modifiche costituzionali.

Le madri e i padri costituenti che avevano vissuto il fascismo, non a caso, avevano previsto un procedimento rigoroso per il cambiamento della costituzione, con ratifica popolare attraverso il referendum, salvo che la maggioranza parlamentare fosse appunto quella qualificata di 2\3, e proprio questa maggioranza ha deliberato una modifica molto pericolosa per la democrazia e i diritti sociali.

In un silenzio stampa pressoche’ totale, con una discussione solo parlamentare, e’ stato modificato l’art. 81 della Costituzione, con la previsione di un divieto di indebitamento, salvo ” eventi eccezionali” e previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta.

Si e’ scelto cioe’ di costituzionalizzare una politica economica da piu’ parti contestata ( 5 premi Nobel e molti qualificati economisti si sono appellati a Obama contro un analogo emendamento nella Costituzione Americana) che si traduce in un indiretto un mutamento della forma di Stato, per i significativi riflessi che questa opzione determina sulle autonomie locali e sulla garanzia dei diritti fondamentali di effettiva liberta’ e uguaglianza.

La scelta appare particolarmente grave perche’ si e’ sancita la priorita’ di una (parziale e contestata) opzione economica sui diritti sociali, frutto dell’elaborazione storica, filosofica e sociale dell’900 e si consegna la politica, arte del bene comune, alla gestione contabile dell’esistente.

Secondo me e’ importante collegare quanto sta avvenendo tra modifiche lavoristiche e di pareggio di bilancio perche’ contemporaneamente col cd ” pareggio di bilancio” si e’ sancito che i diritti sociali (salute, istruzione, previdenza, assistenza) sono esigibili solo subordinatamente alle compatibilita’ contabili, si e’ liberalizzato il lavoro precario e si sono diminuite le garanzie di fronte ai licenziamenti ingiusti e illegittimi.

Si stravolge quindi il diritto del lavoro posto nell’art. 1 della Costituzione a fondamento della Repubblica Democratica.

Riprendere la parola plurale, in questo momento significa quindi, anzitutto, sottrarsi al silenzio in cui questi mutamenti stanno avvenendo e al pensiero dell’economia liberista come unica misura, fine a se stessa, verita’ avulsa da ogni altro sapere, l’esatto contrario della parola plurale che nasce dallo scambio di esperienze e saperi a cui abbiamo desiderio e urgenza di tornare.

Scrive la Costituzionalista Lorenza Carlassare che ” il lavoro, nel suo stretto legame con l’art. 1 della Costituzione illumina di senso l’intero sistema… e indirizza l’attivita’ dei pubblici poteri a una politica di piena occupazione”.

Ma la Costituzione non si ferma qui, e parla del lavoro come ” attivita’ o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societa’…per ciascuno, secondo le proprie possibilita’ e la propria scelta”.

Diritto di liberta’ dunque, ribadito all’art. 36 che prevede una retribuzione sufficiente a assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

Parole luminose, ” scelta, possibilita’, esistenza libera e dignitosa, progresso materiale e spirituale”, ben piu’ ariose di un arida contabilita’ di pareggio di bilancio come criterio unico e dirimente.

Con un gruppo di studenti parlavamo proprio in questi giorni di cosa significava vita dignitosa e riportavo il parametro dei contratti collettivi che richiamava la giurisprudenza e che oggi possono essere disattesi.

Abbiamo parlato della possibilita’ di far valere i diritti col ricorso ai principi costituzionali e delle Carte Europee, delle pronunce della Corte di Giustizia d’Europa che apre spiragli di liberta’ anche di fronte a normative nazionali ingiuste.

Assai piu’ viva e condivisa la riflessione sulla dignita’ della persona, che nel lavoro desidera, oltre il corrispettivo, esprimersi, realizzarsi, relazionarsi e socializzare e da cui e’ emersa la convinzione che se si rompe l’equazione cittadino-lavoratore con diritti, ci riduciamo a una visione economicista del lavoro e perdiamo tutti gli altri significati che questo rappresenta.

In questo senso pensiero e l’esperienza delle donne offrono percorsi da approfondire, come la forza delle relazioni, la liberta’ nel lavoro, la cura come paradigma, temi su cui molto e’ stato detto e scritto e molto altro e’ da pensare, dire, praticare, per riconquistare nel lavoro e nella vita democratica la liberta’ e la gioia che nascono da rapporti con le necessita’, le contraddizioni, i desideri, gli immaginari di ciascuna e ciascuno, in relazione tra noi.

 Pubblicato su www.evelinademagistris.it

 

 

 

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